The Danish Girl, una favola che con la sua morale sfida l’opinione pubblica

-Sole Cusumano

The Danish Girl è un lungometraggio diretto da Tom Hopper tratto dal romanzo del 2001 di David Ebershoff,che racconta la storia vera e forse dimenticata di Lili Elbe, all’anagrafe Mogens Einar Wegener, la prima persona ad essere identificata come transessuale nonché anche la prima a sottoporsi ad una serie di interventi chirurgici -purtroppo non portata a termine- per cambiare sesso. Tom Hopper, già regista di capolavori come I Miserabili e Il Discorso del Re (che gli aveva peraltro fruttato un Oscar nel 2011) anche questa volta dà prova delle sue capacità dimostrandosi nuovamente un regista visionario come pochi. Caratteristica delle pellicole dirette da Hopper è senz’altro l’attenzione per la scenografia e il rapporto che intesse fra i personaggi e lo sfondo: abbondano i primi piani che risultano simili a veri e propri ritratti, i volti degli attori incastrati nello sfondo appaiono intrappolati, distanti e oppressi ma al contempo le loro emozioni vengono trasmesse al pubblico attraverso sapienti cambi di fuoco in una stessa inquadratura, come per ricordare allo spettatore a cosa o a chi deve rivolgere la sua attenzione. Ed è soprattutto grazie alla performance dei due attori protagonisti, entrambi candidati agli Oscar e adesso entrambi vincitori (lei proprio per The Danish Girl, quest’anno, lui nel 2015, con La Teoria del tutto) che il film riesce a toccare le corde più profonde dell’animo di chiunque. Vediamo Eddie Redmayne coinvolto nuovamente in un ruolo complicato, complicato perché interpreta un personaggio realmente esistito ma soprattutto perché, com’era stato un anno prima con Stephen Hawking, si trova a dover affrontare non tanto un cambiamento quanto più uno stravolgimento nella propria esistenza. In The Danish Girl peraltro interpreta quasi due personaggi differenti, durante la prima buona mezz’ora è semplicemente Einar Wegener, pittore paesaggista danese felicemente sposato, poi qualcosa cambia, inizia come un gioco, come un tentativo di evasione da una società, da un tempo che sembra poco apprezzare la qualsivoglia stranezza, poi diventa realtà. Einar diventa Lili, una donna timida, incerta, innamorata ma bloccata all’interno di un corpo che non le appartiene. Eddie Redmayne riesce perfettamente a mostrare allo spettatore quali turbamenti tormentano Lili, quanto sia insopportabile sentirsi qualcuno nel corpo di qualcun altro, come sia complicato se non a dir poco impossibile accettare se stessi prima che farsi accettare dagli altri. In questa tempesta di sentimenti contrastanti entra in gioco Alicia Vikander, che interpreta Gerda, la moglie di Einar. Molti hanno esaltato il personaggio di Lili quasi tralasciando o comunque dando a Gerda un ruolo secondario, senza rendersi conto di quanto effettivamente sia complesso. Gerda è innamorata di Einar, lo vede sempre come uomo, l’uomo che ha sposato, e ritrovarsi all’improvviso sola, senza poter cercare rifugio tra le braccia di nessuno, è una grande prova d’amore. Sarà tuttavia proprio lei la prima a capire il desiderio di Lili, la sua volontà di essere completa, completamente donna, aiutandola a sfuggire da tutti quei medici che cercheranno di infilarla in una camicia di forza e incatenare la sua storia di coraggio in una cartella clinica. Gerda ha reso possibile Lili, ha accettato una decisione che probabilmente agli occhi della maggior parte potrebbe sembrare inconcepibile ma che lei ha valutato semplicemente naturale. Questa pellicola riesce con ostinazione a smuovere le coscienze, senza sconvolgere il pubblico ma facendogli gentilmente rivolgere un occhio alla questione transgender, troppo spesso un tabù, nel 1904 così come nel XXI secolo, e non pretende di dare una lezione a nessuno, anzi ci regala una preziosa riflessione, sta a noi coglierla.

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