Narrativa per ragazzi

Giuseppe D’Angelo

L’ho promesso, farò il bravo. Ma sappiatelo mi è alquanto difficile. E non solo nel senso figurato. Ma poi, chi me l’ha fatto fare? Ah, ricordo! In fin dei conti non è stato poi così male. No, non il libro. Quello, sì. Non è stato proprio esaltante, anzi. Dicevo… Ecco… Vabbè…

Non è mai piacevole recensire, o dire il proprio parere (che è poi la stessa cosa) su un libro che non si è particolarmente apprezzato. Questo è un compito assai gravoso, dal momento che colui che scrive vorrebbe essere il più imparziale possibile. Non mi fraintendete, non penso minimamente di rasentare l’asettico nitore proprio dell’eloquio scientifico e della conseguente indagine. Vorrei solamente evitare di essere eccessivamente cattivo (che brutta parola!) ed esprimere il mio giudizio negativo nei confronti di un libro che, chiaramente, non è bello. Od almeno tale mi appare.

Il libro in questione è “La lista di carbone” scritto da Christiana Ruggeri per Giunti Editore. La trama, mi limiterò ad accennarla per sommi capi, infatti sono ben conscio che soffermarmi troppo su questo aspetto danneggerebbe l’unica attrattiva di questo libro. Così dirò solamente d’aver letto la vicenda curiosa che porterà Anna Biren (questi il nome ed il cognome della protagonista) a cercare in Germania ed in Estonia il passato della sua amica e libraia Cristina. E niente, tutto qui. O meglio, potrei narrare degli altri personaggi ma mi troverei ad elencare i nomi e le fattezze di taluni “pupi” inanimati che si avvicendano sulla scena senza alcuna importanza, cosicché mi limito a citare gli unici di cui ci è data una descrizione introspettiva. Descrizione, comunque, approssimativa e superficiale, incapace di renderli credibili, o quanto meno verosimili. E non venitemi a citare la poetica pirandelliana e l’articolo del girgentino per il “Corriere della Sera” del 27 marzo 1920. Sappiate che non è questo il caso, certamente state sbagliando occasione.

Il linguaggio, poi, nulla di più affettato, è oberato di neologismi e termini dello slang giovanile usati con assoluta imperizia. Impensabili nella bocca di chiunque che non si presti a canzonare e scimmiottare la lingua parlata dei ragazzini e certamente fuori luogo nel nostro contesto. Vorrei, inoltre, trattare dell’Io parlante che mi ha messo in crisi e che mi ha prostrato psichicamente. Davvero non so come inquadrarlo, mi si mostra ingiudicabile. Potrei intenderlo come pura sperimentazione linguistica (ti invito, a tal uopo, lettore a focalizzarti sullo stile ramificato di Saramago, sul barocco e nostrano Consolo e sul metafisico colorito di Manganelli per poter cogliere meglio ciò che mi appresso a dirti) nella quale il narratore ripete ciò che testé il lettore ha, per l’appunto, letto e che causa un forte spaesamento: ci si chiede il perché di una tale ripetizione e non si ottiene risposta alcuna. Oppure tutto ciò potrebbe considerarsi come una trasposizione del linguaggio di cronaca in un lavoro che giornalistico non è. Insomma lo stile meno adatto al contesto.

Adesso mi sembra quasi di sentire le vostre voci, voi che mi dite “Ma che vuoi che sia è solo narrativa per ragazzi”. Ennò vi sbagliate! La letteratura per ragazzi molto spesso è assai più fine di quell’altra cui è propedeutica, e risparmiatemi di citare Charles Perrault, Gianni Rodari, il buon Capuana di certe novelle e Roald Dahl. Costoro non hanno nulla a che vedere con questo libro che soprattutto non è narrativa, perché la narrativa (scusate la ripetizione) non è il susseguirsi di dialoghi ed avvenimenti, non è la veridicità storica, non è un prodotto da piazzare, non è raccontare un fatto. Ha una sua dignità che sta tra le righe di ogni parola, sulle virgole e sotto i punti. È la trasmissione di emozioni e di sentimenti, una sorta di mutuo scambio tra chi scrive e chi, si spera, legge. È molto più delle parole stesse e ne “La lista di carbone” tutto ciò, mi duole dirlo, non c’è.

Una sola, la nota positiva di questo libro: l’indagine storica. Questa permette al lettore più caprone ed ignorante, quale il sottoscritto, di apprendere le tristi vicende dei campi di concentramento di Sachsenhausen e di Riga-Kaiserwald.

– “Che dire dunque?”

– “Che mi piange il cuore”

– “Per quale motivo? Non dirmi che sono i 12 euro che t’è costato?!”

– “Ma no, suvvia! Mi spiace vedere una storia così bella in potenza, attuarsi così…”

– “Sei un vera faccia tosta! Dovresti ascoltarti, chi ti credi di essere?”

– “Che catso! Con te non si può proprio parlare! Dico che sono rammaricato, ecco tutto. Scritto diversamente mi sarebbe piaciuto, sono triste.”

– “Giuseppe, lasciamelo dire, sei proprio un cretino!”

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