Il paradosso culturale della Turchia

-Sole Cusumano

La Turchia, da sempre al centro di accesi dibattiti di varia natura, è un paese sospeso sul Bosforo che vede l’Europa e l’occidente da una parte, il Medio Oriente e i paesi dell’Est dall’altra. Sin da quando Atatürk in quel lontano 29 ottobre del 1923 fondò la Repubblica turca, uno stato indipendente e laico, abolì l’istituto religioso del califfato e secolarizzando la nazione le donò un’identità culturale, negli ultimi tempi il popolo turco ha sempre in massima parte aspirato a guadagnarsi un posto nell’Ue, senza mai rinunciare alle proprie radici. Orhan Pamuk, premio nobel turco per la letteratura, descrive nel suo romanzo “Istanbul” l’ hüzün dei suoi concittadini, parola che letteralmente può essere tradotta come tristezza o anche malinconia, un sentimento strettamente legato alla caotica Istanbul, emblematica rappresentazione della doppia identità turca, che vive ancora profondamente legata al glorioso passato ottomano ma deve fare i conti con il degrado moderno di un paese che sta perdendo quell’identità faticosamente raggiunta da Atatürk. Basti pensare al fallito colpo di stato del 15 luglio scorso ai danni del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che non ha esitato a dare prova della sua intoccabile autorità incarcerando e torturando centinaia tra scrittori e accademici. Come disse amaramente la scrittrice turca Elif Shafak in un’intervista rilasciata per La Repubblica pochi mesi dopo il golpe, adesso la Turchia “scivola a est” e la libertà di pensiero vacilla imbrigliata com’è da una politica sempre più reazionaria da parte del Presidente e del suo partito, l’Akp che ha presentato, soltanto il mese scorso, una proposta di legge che prevedeva la depenalizzazione dello stupro ai danni delle minorenni. Per essere più chiari: nel caso in cui non fosse stata usata violenza o minacce – e lo stupro da solo presuppone già logicamente un rapporto sessuale non consenziente – o se in seguito l’aguzzino e la sua vittima fossero convolati a nozze, la condanna del responsabile dell’abuso sarebbe stata cancellata. Ci si augurava così di poter riabilitare lo stupratore, un gesto nobile per dimostrare ancora una volta come Erdoğan e il suo Akp fossero attenti alle necessità e ai bisogni dei cittadini. Fortunatamente la legge, passata in prima lettura in Parlamento, non arriverà alla seconda votazione e sarà presto ritirata dal governo turco. Un barlume di lucidità in un paese dove sempre più donne ricominciano a coprirsi il capo con l’hijab e il numero di violenze aumenta pericolosamente in un paese dove, come funghi, vengono fuori sempre più partiti islamici decisi a spazzare via le conquiste della rivoluzione Kemalista, forti del sostegno di Erdoğan che con l’Occidente non vuole avere niente a che fare. Eppure la Turchia, ribadisce sempre la Shafak, ha un grande potenziale insito nella sua natura e non solo geograficamente ma culturalmente parlando “avrebbe potuto essere una meravigliosa combinazione, una sintesi di democrazia pluralistica occidentale liberale e storia orientale”. E questo sarebbe certamente possibile, se questo splendido paese avesse il coraggio di guardare agli errori e alle barbarie del passato, come il genocidio degli Armeni di cui ancora il governo turco esita ad assumersi qualsiasi tipo di responsabilità, imponendo una rigida censura intorno all’argomento; se riuscisse a maturare politicamente e moralmente, favorendo l’occidentalizzazione del paese in ogni sua parte piuttosto che ostacolare continuamente il lavoro di intellettuali lungimiranti che, giustamente, vedono questo potenziale inespresso della loro terra. Nel 2003 Oriana Fallaci, ne “La forza della ragione”, si schierava contro l’ammissione della Turchia all’Ue, considerandola ancora troppo orientale, troppo islamica per la modernissima e progressista Unione Europea. Un’attenuante a questo suo pensiero così netto ed intransigente può essere data dal contesto storico in cui era maturato, cioè appena due anni dopo l’attacco terroristico al World Trade Centre, che aveva fortemente toccato il senso d’orgoglio americano ma in generale di tutto il mondo occidentale. E lo stesso processo si è innescato dopo i recenti attentati di Parigi e Bruxelles, ed è per questo che il turco continuerà a spaventare perché il suo vicino di casa è il siriano, perché il turco è spesso e volentieri anche musulmano e perché negli ultimi tempi il musulmano è un terrorista. Passano i secoli e la Turchia continua ad essere contesa tra due realtà opposte in continuo conflitto l’una con l’altra, e forse la sintesi migliore per esprimere la condizione tanto incerta di questo paese può offrirla, ancora una volta, Pamuk, secondo cui la grandezza della Turchia sta nell’ “essere un ponte fra due rive” e poter “rivolgersi alle due rive senza appartenere”.

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