Di donne e di scienza: il binomio è possibile

– Miriam Stellino

Chi ha identificato per la prima volta il virus HIV? Chi ha scoperto il gene responsabile del tumore al seno? Chi, infine, si è dedicato per la prima volta allo studio della disposizione delle stelle sulla volta celeste?

Da Margherita Hack a Rita Levi Montalcini, da Marie Curie a Elizabeth Blackburn, da Rosalinda Franklin a Caroline Herschel, nel corso dei secoli le personalità femminili che hanno contribuito al progresso della ricerca scientifica sono state innumerevoli. Persino il bianchetto, salvezza di generazioni di studenti, venne inventato da una donna, ed anche il computer deve in parte la propria nascita ad una donna: fu infatti Ada Lovelace ad inventare alcuni dei concetti fondamentali che oggi definiscono cosa i nostri computer sono in grado di fare. Eppure, nonostante l’apporto delle donne nell’ambito scientifico sia chiaramente imprescindibile, se c’è un campo dove venne – e viene tuttora – praticato l’ostracismo femminile, è proprio quello della scienza. E’ sufficiente osservare le percentuali riguardanti il ruolo delle donne nel campo scientifico per comprendere che il gender gap è ancora drammaticamente elevato: le ragazze tendono a disertare le facoltà scientifiche (38% di ragazze a fronte del 62% di uomini) e la proporzione di donne con incarichi di ricerca scientifica rimane stabilmente bassa. Ma la differenza si fa ancora più abissale quando si tratta di riconoscimenti ed incarichi prestigiosi: il 97% dei premi Nobel scientifici sono stati finora assegnati solo a uomini, mentre solo l’11% degli alti incarichi accademici in Occidente è occupato da scienziate. La disparità è esorbitante e quasi inverosimile in una società, quella Occidentale del XXI secolo, che si fregia di aver vinto la battaglia contro la discriminazione di genere.

Ma le cause del divario sono diverse e spesso ben radicate nella cultura e nella comune mentalità, tanto da divenirne talvolta quasi inconsapevolmente parte integrante, in una società ancora influenzata talvolta dai retaggi del patriarcalismo del passato. Gli stereotipi di genere nella ricerca scientifica, infatti, sono molti e fantasiosi, e diventano ben presto schemi mentali attraverso cui interpretare in modo errato la realtà. C’è chi afferma che la scienza sia razionalità e sia completamente separata dai sentimenti, e dunque inconciliabile con l’universo femminile, notoriamente irrazionale ed emotivo; chi è dell’opinione che le donne siano naturalmente più portate per le facoltà umanistiche, ed infine chi ritiene che il sapere maschile sia più scientifico, analitico e oggettivo, mentre quello femminile sia basato sull’intuizione (e dunque evidentemente inadatto alla ricerca scientifica). C’è persino chi ritiene che la presenza delle donne in laboratorio distragga i colleghi uomini dal proprio lavoro: una tesi dal sapore decisamente medievale che susciterebbe ilarità se non fosse sostenuta da eminenti esponenti del mondo accademico. E poiché si comincia ad assimilare i pregiudizi sin da piccoli, il divario tra donne e uomini in ambito scientifico si registra già al livello delle semplici competizioni scolastiche e sugli stessi banchi di Liceo, dove ben pochi insegnanti incoraggiano le proprie alunne ad intraprendere una carriera scientifica. Agli stereotipi, poi, si aggiungono le numerosissime ingiustizie che le donne devono affrontare nel campo scientifico: le retribuzioni delle ricercatrici sono innanzitutto decisamente inferiori rispetto a quelle dei colleghi di sesso opposto (in particolare, in Italia le retribuzioni delle donne ricercatrici sono le più basse d’Europa), la partecipazione a commissioni decisionali e consigli gestionali è tutt’oggi una prerogativa quasi esclusivamente maschile e le difficoltà che le donne devono affrontare per occupare i vertici delle istituzioni scientifiche sono inaudite, al punto che la maggioranza delle donne che scelgono di dedicarsi alla ricerca non raggiungono quasi mai i vertici (probabilmente a causa della preponderante presenza di uomini in commissioni giudicanti e rettorati responsabili dell’accesso a tali carriere). Insomma, essere donna e scegliere allo stesso tempo di intraprendere una carriera nel mondo scientifico è ancora oggi una sfida. E dunque dobbiamo forse rassegnarci ad un mondo della scienza senza le donne, totalmente dominato dalla presenza maschile? Dovremmo forse ammettere che la natura intrinseca della donna sia incompatibile con la ricerca scientifica e lasciare che quella meravigliosa avventura che è la scienza, fatta di errori ed ingegnosità, problemi e soluzioni, diventi appannaggio esclusivamente maschile?

Una cosa è certa: senza l’apporto delle donne la scienza avrebbe un volto completamente differente, e probabilmente non disporrebbe di numerose soluzioni ad altrettanti problemi. Eppure quasi nessuno sembra essere in grado di menzionare neanche una scienziata donna celebre, perché proprio in virtù di quegli stereotipi di cui ci siamo ammantati nel passato, nell’ambito scientifico e non solo, abbiamo rimosso senza alcuna pietà i tanti, tantissimi meriti delle innumerevoli scienziate del passato e del presente. Questo fenomeno ha un nome, e si chiama “effetto Matilda”: descritto per la prima volta dalla storica della scienza Margaret W. Rossiter nel 1993, il nome deriva dall’attivista statunitense per il suffragio femminile Matilda Joslyn Gage. E poiché il primo passo per sconfiggere i pregiudizi è accorgersi che esistono, è importante ricordarsi dell’ “effetto Matilda”. Perché dare un nome alle cose sembra insignificante, ma non lo è: dare un nome alle cose significa farle esistere, significa dare luce ai fenomeni e dare alla luce i fenomeni, per poterli capire e, forse, per poter anche cambiare le cose.

La storia di Lise Meitner, prima donna ad ottenere una cattedra di fisica presso un’università tedesca, è a questo proposito un illuminante esempio di “effetto Matilda”. Lise dedicò la sua vita alla ricerca, affrontando numerose difficoltà dovute alla misoginia dell’ambiente scientifico. Per molti anni lavorò persino senza uno stipendio nello scantinato dell’istituto, poiché le donne non erano ammesse ai laboratori. Dopo essersi trasferita in Svezia per sfuggire ai nazisti (era infatti ebrea) si mantenne in contatto con Otto Hahn, che a Berlino continuava gli esperimenti sull’uranio. Fu proprio Lise a fornire per prima la giusta interpretazione del processo studiato dal collega: l’uranio, colpito dai neutroni, si divideva in due elementi più leggeri, liberando una grande quantità di energia. Era stata scoperta la fissione nucleare. Tuttavia, il suo ruolo in questa scoperta non venne mai riconosciuto: nel 1944 venne assegnato il premio Nobel per la scoperta della fissione nucleare al solo Hahn. Ma la storia di Lise non rappresenta, purtroppo, un caso isolato: ad innumerevoli scienziate venne negato il prestigioso riconoscimento per il frutto delle proprie ricerche, ed il merito venne riconosciuto solo ai colleghi uomini. Ci sono storie come quella di Nettie Stevens, la genetista che per prima scoprì come la presenza o l’assenza del cromosoma Y determini il sesso di una persona: vittima del maschilismo, nonostante avesse pubblicato i risultati delle sue scoperte nel 1905 il merito delle sue ricerche non le venne riconosciuto per molto tempo, mentre il merito della scoperta delle basi genetiche della determinazione del sesso venne attribuito a Thomas Hunt Morgan, un genetista molto noto al tempo, che elogiò la Stevens dopo averne letto gli studi. Morgan avrebbe poi scritto uno dei primi manuali di genetica, nei quali si attribuì meriti della collega – etichettata solo come una “brava tecnica di laboratorio”-, ed avrebbe vinto il Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1933.

Ci sono storie come quella di Rosalinda Franklin, che condusse un lavoro di ricerca sulle immagini di diffrazione a raggi X del DNA che portò alla scoperta della doppia elica del DNA. Di fatto la Franklin individuò per prima la conformazione elicoidale del DNA ed i suoi dati vennero utilizzati da James Dewey Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins, che vinsero per tale scoperta il premio Nobel nel 1962.

E poi ci sono storie come quella di Emmy Noether, di cui Albert Einstein in persona scrisse che “è stata il genio matematico più importante da quando le donne hanno avuto accesso all’istruzione superiore”. Caposcuola della nuova scuola algebrica, nel 1915 divenne parte del Dipartimento di Matematica dell’Università di Gottinga. Quando alcuni membri della Facoltà di Filosofia si opposero, sostenendo che il titolo non potesse essere attribuito ad una donna, lei trascorse quattro anni tenendo lezione a nome del collega David Hilbert, con totale dedizione e senza alcuna retribuzione.

L’ostracismo femminile che ha caratterizzato e caratterizza gli ambienti scientifici rappresenta, d’altronde, una negazione del concetto stesso di scienza. Essa, infatti, nel corso dei secoli ha incarnato quella forza immane sempre tesa nello smascherare i più comuni pregiudizi, guardando sempre più lontano e svelando territori nuovi del reale. Il motivo stesso per cui esiste la scienza è perché l’uomo ne ha bisogno: siamo profondamente ignoranti ed il nostro universo danza su fragili fondamenta di pregiudizi che la scienza ci aiuta a mettere in discussione. E dunque proprio in virtù della propria analisi critica intelligente e della propria capacità visionaria ed anticonformista la ricerca scientifica non può ancora ammantarsi di preconcetti che senza alcun dubbio minerebbero la sua affidabilità: non spetta forse alla scienza annientare i pregiudizi e spingere lo sguardo oltre, talvolta ignorando le sue stesse leggi? E per questo il progresso di quell’avventura fatta di ribellione ed insofferenze ad ogni concezione a priori che è incarnata dalla scienza è possibile solo attraverso il rifiuto degli stereotipi del passato. Perché è fondamentale, oggi ancor più di ieri, lottare ogni giorno per costruire una società – e soprattutto una scienza – egualitaria, in cui essere uomo o donna non abbia alcuna rilevanza. Perché, nonostante tutto, l’essere umano è profondamente ambivalente, e probabilmente questa è la sua più grande fortuna.

it

Share this Post!

Related post

0 Comment

Leave a Comment

Your email address will not be published.