Dalla Resistenza alla Costituzione: la nostra storia, perduta e ritrovata

– Miriam Stellino

C’erano Armando Albino e Franco Balbis, Antonio Brancati e Irma Marchiani. C’erano Bruno Parmesan e Giancarlo Passavalli, Vito Salmi e Lorenzo Viale, Aldo Mei e Luigi Mascherpa.

I nomi sono importanti e potenti, e per questo non vanno dimenticati. I nomi danno luce alle cose e danno alla luce le cose. Altrimenti sono solo numeri, astratti  e privi di valore; una sequenza di cifre senza volto e senza sentimenti. La storia stessa è fatta di nomi; alcuni più ampollosi ed illustri, altri terribili e ripugnanti, altri ancora umili e modesti. In Italia, tra il 1943 ed il 1945, furono oltre quarantamila i nomi ad essere incisi indelebilmente sui memoriali. In Italia, tra il 1943 e il 1945, furono più di quarantamila a dare la vita per la libertà della propria patria. A dare la vita per quella lotta per la libertà che, in Italia, era cominciata ben prima dell’8 settembre 1943, giorno in cui il Generale Badoglio proclamò l’armistizio firmato con gli Alleati. La lotta era cominciata già il 28 ottobre 1922, con la marcia su Roma delle camicie nere di Mussolini, il cui oscuro fascino aveva eclissato la ragione di popolo ed istituzioni. Ed é “il sonno della ragione” scrisse Goya, “a generare mostri”.

All’indomani dell’8 settembre i tedeschi, traditi dagli alleati dell’Asse, occuparono gran parte del territorio nazionale, disarmando e catturando, radendo al suolo ed arrestando. E proprio il 9 settembre, a Roma, venne istituito il Comitato di Liberazione Nazionale, promosso da esponenti di estrazioni culturali ed ideologiche contrastanti: Partito Comunista Italiano, Democrazia Cristiana, Partito Liberale, Partito Socialista. Se vent’anni prima questi ultimi, a causa della loro costante frammentazione, di fronte all’ascesa del Partito Fascista non erano stati in grado di scongiurare la repressione dello stato liberale, nel ’43 le forze politiche furono finalmente in grado di superare gli antichi attriti ed organizzare un fronte comune contro il nemico.

Le prime esperienze del movimento furono particolarmente dolorose dinnanzi alla superiorità militare del nemico, ma nonostante tutto i partigiani crescevano di numero e si organizzavano attraverso le opportune scelte strategiche, mentre le popolazioni sempre più spesso insorgevano, ostacolando i nazifascisti e favorendo l’avanzata anglo-americana. Tra il dicembre 1943 e il gennaio 1944 la compagine tedesca organizzò le prime feroci operazioni di repressione antipartigiana sostenute dai reparti fascisti di Salò, ma nonostante ciò ancora una volta la Resistenza riuscì a sopravvivere. Regione dopo regione, montagna dopo montagna, il movimento diviene sempre più capillare ed i partigiani strappano al colosso nazifascista il dominio incontrastato sulla penisola, fondando le prime Repubbliche partigiane. Non senza un costo in termini di vite umane: furono migliaia i partigiani di ogni età, orientamento politico ed estrazione sociale ad essere catturati e condannati a morte dalla compagine tedesca o dalla Repubblica Sociale. “Contento di morire per la nostra causa”, scrisse qualcuno di loro. Ed altri: “Il sole risplenderà su noi domani perché tutti riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi”. Ed ancora: “Possa il mio grido di ‘Viva l’Italia libera’ sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice!”.

Ma a pagare non furono solo i partigiani. La lotta, nei 20 mesi di dura Resistenza, fu drammatica ed insostenibile, e ben presto l’odio nemico si scagliò contro il bersaglio più semplice: i civili, prigionieri del fuoco incrociato, avvelenando e distruggendo quanto di innocente vi era ancora in quella terra macchiata di sangue. E ritornano, ancora una volta, i nomi. Perché ci sono posti, in Italia, dove i nomi impongono ordine alle percezioni. Dove i nomi sono incisi sul marmo e sulla pietra, indelebili e dolorosi. A Sant’Anna di Stazzema, a due passi dalla linea Gotica, c’è una grandissima lapide, così grande perché deve contenere i cinquecentosessanta nomi dei civili massacrati dai nazisti delle SS in una manciata di ore il 12 agosto del 1944, l’ultima calda estate della guerra. Calda, caldissima, perché nel borgo in provincia di Lucca, all’alba, i tedeschi della sedicesima divisione massacrarono uomini, donne e bambini senza alcuna pietà e bruciarono tutto. E poi venne il silenzio. Questa storia finì in un armadio insieme a molte altre storie simili, e venne dimenticata. Fin quando l’armadio non venne riaperto, ed allora vi fu posto per l’indignazione, per la rabbia, per la memoria. L’armadio divenne “l’armadio della vergogna” (Mimmo Franzinelli) e vi fu finalmente posto non solo per Sant’Anna di Stazzema, ma anche per Marzabotto e per Valmozzola, per Leonessa e per Trieste. Per tutti quei posti in cui, in poche ore, la terra era diventata l’inferno di un altro pianeta.

E nonostante tutto, nella primavera del 1945 la Linea Gotica venne sfondata e il 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale ordinò l’insurrezione generale, con la quale i partigiani affluirono nelle città e si unirono ai combattenti locali. L’Italia era finalmente libera. E il movimento della Resistenza, nelle sue infinite anime e nei suoi molteplici aspetti, aveva dimostrato al mondo la capacità di ripresa, di combattimento e di sacrificio degli italiani. Sarebbe estremamente superficiale, tuttavia, ridurre la storia della Resistenza Italiana ad una semplicistica lotta tra due fazioni ben definite, tra giusto e sbagliato, tra libertà e schiavitù, tra democrazia e dittatura.

La Resistenza Italiana, scrisse in proposito Pavone, contiene in sé tre diverse esperienze di guerra: una guerra civile (che vide italiani combattere contro italiani per l’affermazione di prospettive politiche difformi); una guerra patriottica (con la quale si assistette al confronto tra partigiani e truppe tedesche) ed una guerra di classe (determinata dal ben noto antagonismo tra borghesia e proletariato, socialismo e capitalismo). All’indomani del 25 aprile, mentre i soldati tornavano dal fronte, gran parte della penisola era stata bombardata, intere città erano state cancellate, famiglie erano state dilaniate: la libertà aveva avuto un prezzo elevato.

Fu proprio dalle spoglie della Resistenza Italiana, dal sacrificio delle migliaia di uomini e donne che diedero la vita per la propria patria, che, come l’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri, sorse l’Italia repubblicana e la sua Costituzione. Dunque, se volete visitare il luogo in cui è nata la nostra Costituzione, recatevi nei luoghi che hanno visto cadere i partigiani. Ovunque sia stato immolato un italiano per la liberazione della propria patria, lì è nata la Costituzione.

Tuttavia il percorso della stesura del nuovo statuto fu lungo e travagliato, in un’Italia divisa e dilaniata da un conflitto mondiale e dal ventennio fascista. La Consulta Nazionale indisse un Referendum Popolare – le prime libere votazioni dal 1924 -, il primo a suffragio universale maschile e femminile, affinché gli italiani decidessero tra Monarchia e Repubblica: il 2 giugno del 1946 i cittadini e le cittadine scelsero la Repubblica, eleggendo contemporaneamente i componenti della futura Assemblea Costituente. Quest’ultima, composta da 556 membri, rappresentò un organo composito e variegato: vi si riconoscevano uomini e donne, capitalisti e comunisti, cattolici e laici, movimenti indipendentisti e socialisti, conservatori e progressisti, meridionali e settentrionali. E furono proprio i principi liberali ed antifascisti che avevano animato la Resistenza pochi mesi prima a guidare l’azione dei padri e delle madri costituenti: nonostante la pluralità ideologica trasversale agli stessi partiti l’ombra dei mostri del più recente passato indirizzò l’Assemblea verso la stesura di un documento fondato sui cardini della lotta al fascismo. Era il 27 novembre del 1947 quando il Capo di Stato Enrico De Nicola firmò la Costituzione della Repubblica Italiana. Entrò in vigore otto giorni dopo: l’1 gennaio 1948. E così recita, ancora oggi, La Costituzione Italiana all’Articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali […]”. Fu necessaria una guerra per ricordarci perché una Costituzione, la guerra, debba sempre ripudiarla. E dunque la Costituzione Italiana (che in tempi come questi, in cui gli orientamenti politici sembrano non collocarsi più all’interno dei principi tradizionali, rappresenta l’unica certezza), l’essenza stessa dello Stato tricolore, discende non solo dalla chiara volontà di opposizione al governo totalitario e dalla lotta contro ogni forma di repressione del liberalismo, ma anche dalla partecipazione attiva del popolo alle decisioni concernenti la Nazione e dalla consapevolezza dell’immenso valore che tale partecipazione cosciente rappresenta. È dunque il voto il mezzo privilegiato attraverso cui gli uomini e le donne partecipano alla vita del proprio Paese ed esprimono la propria volontà. Ma quello del voto non è solo un diritto, conquistato attraverso numerose lotte e pagato a carissimo prezzo da chi ci ha preceduti: esso rappresenta anche un dovere civico, nei confronti degli altri e di noi stessi, come la stessa Carta Costituzionale ci ricorda all’Articolo 48: ” Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. […]

Purtroppo, tuttavia, i dati statistici parlano chiaro: è sempre più diffusa una forma quasi patologica di “cittadinanza passiva” che volentieri diserta le votazioni. Ma tale disinteresse non fa altro che spingere il Paese verso un nuovo oblio: l’“Indifferentismo”, il disinteresse nei confronti delle sorti dello Stato, è forse la malattia più grave di cui un cittadino possa soffrire. In un paese che molto, troppo spesso, si proclama antifascista, è inaccettabile che le urne vengano disertate, ignorando l’importanza di essere un elettore. Essere elettori è un onore ed un onore, una responsabilità collettiva ed individuale, che significa innanzitutto consapevolezza. Essere elettori significa essere in grado di capire, scegliere, agire. Significa credere nel cambiamento e soprattutto nella capacità del cittadino di essere fautore di quel cambiamento. Significa prendere posizione dinnanzi alla Storia e generare una forza politica che sia espressione di una scelta consapevole; significa conferire dignità e decoro ad un popolo ed alla classe dirigente che lo rappresenta. Il voto rappresenta dunque lo stimolo necessario per replicare con passione ed intelligenza alla Storia; uno strumento di democrazia, l’unico con il quale il popolo possa far sentire la propria voce. D’altronde i greci ci ricordano che la parola “democrazia” deriva da “demos kratos”: potere del popolo. Ecco perché è fondamentale comprendere l’importanza di strumenti quali il voto e la scelta; ecco perché è necessario comprendere che quella crocetta, apparentemente così fragile e banale tra altre milioni di crocette, è un’arma potentissima. Ecco perché bisogna capire che il voto non è solo una futile consuetudine, bensì il mezzo attraverso cui vincere immobilismo e fatalismo ed esprimere la volontà di una Nazione che voglia distinguersi da quella “immensa moltitudine d’uomini […] che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciarvi traccia” descritta dal Manzoni; una moltitudine senza passato e, dunque, senza futuro. Perché ricordare è importante, importantissimo: le cose non cessano di esistere solo perché le ignoriamo, e senza memoria non c’è identità né futuro. Senza memoria i tragici eventi che la Storia ha condannato inequivocabilmente sono destinati a ripetersi, come se non avessimo imparato nulla dal passato. E “il fatto che gli uomini non imparino nulla dalla storia” – scrisse il britannico Aldous Huxley – “è la più grande lezione che la storia possa insegnarci“.

Nietzsche scrisse che esistono ben tre tipi di storia: quella monumentale, quella antiquaria e quella critica. La prima di chi guarda al passato per cercarvi i modelli inesistenti nel presente, la seconda di chi si rivolge al passato con amore ed infine la terza di chi guarda al passato come un peso da cui liberarsi. Ognuna di queste si dimostra valida, ma solo se l’uomo ne fa un uso saggio e misurato, ponendo la storia al servizio della vita e non viceversa, non scadendo nel culto del passato, che immobilizza il presente. È ciò che l’illustre filosofo e la storia tutta ci esorta a fare: partecipare attivamente alla vita della propria patria, guardarsi intorno, interrogarsi, porsi domande e talvolta opporsi. Conoscere, comprendere, agire; osservare la storia e custodirla: d’altronde l’etimologia latina di “osservare” ci ricorda che essa significa “conservare, serbare con cura”. La storia ci invita a conoscere il passato e costruire il futuro sulle sue ceneri, a renderci padroni dei nostri destini: un dovere nei confronti di chi ci ha preceduti, a chi ha sacrificato la propria vita per la nostra libertà. “La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, cantò una volta De Gregori. La storia siamo noi, quando essa diviene una scienza degli uomini nel tempo, quando noi diveniamo attori consapevoli sul palcoscenico dell’umanità e ci riappropriamo del passato con un giudizio critico: una riappropriazione che è, in realtà, una meravigliosa affermazione di libertà. Noi siamo il nostro vissuto: nulla ci è tanto presente come il passato, che puntuale interviene con voce possente, talvolta persino ironico e beffardo, sfacciato ed ambiguo.

La storia è, al di là degli eventi più dolorosi per l’umanità, senza dubbio il romanzo più avvincente che potrà mai essere scritto, fatto di sogni ed errori, aspirazioni e debolezze, ideali e violenze le cui conseguenze, oggi, ci appaiono drammaticamente chiare. Ed il fatto che la mano che verga tale romanzo sia quella dell’uomo è un chiaro indice delle potenzialità dell’essere umano.

È la gente che fa la storia.

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