Autenticità

Giuseppe D’Angelo

“Troppe puttane! Troppo canottaggio!” Così il buon Flaubert ammoniva il giovane Maupassant, rammentandogli la necessità di dedicarsi con maggiore attenzione e tempo all’impegno letterario. Che poi questi, nei suoi pochi quarant’anni di vita, abbia scritto numerose e bellissime opere mi risulta quasi consequenziale. Infatti la fulgida sentenza di quest’ammonimento stordisce non poco il lettore. Ci pone dinanzi una precisa norma valoriale: anteporre le lettere ai godimenti delle vita (puttane e canottaggio tra gli altri). Ma questa forte dedizione vale la vita tralasciata?

Adesso, il Discreto Lettore (discreto perché probabilmente inesistente) potrebbe chiedersi (e ne ha tutto il diritto) quale sia il nesso tra questo curioso aneddoto ed il pezzo che si appresta a leggere. Ed il nesso, mi rendo conto, appare molto labile, sembra più che altro una libera associazione di idee (se avessi un’analista sarebbe fiero di me). Eppure credo che questa improbabile riesca a cogliere lo spirito che aleggia tra le pagine del libro in questione: “Hanno tutti ragione” del regista premio Oscar, Paolo Sorrentino per i tipi della Feltrinelli.

Dicendo ciò, però, non ho ancora spiegato il perché del mio preambolo d’esordio; come mai questo libro m’abbia smosso in mente questi due reverendissimi autori d’oltralpe, ai quali potrei aggiungere (soltanto volessi) Stendhal, Émile Zola ed Honoré de Balzac. Scrittori che tutti ritrovo tra le pagine di Sorrentino, a cominciare dalle situazioni ambigue, tipiche del Flaubert di “Madame Bovary”, la critica sociale dissacrante ed agrodolce del Maupassant dei racconti e di “Una vita”, la profonda introspezione cara a Monsieur Beyle specie ne “Il rosso e il nero”, l’attenzione all’umile che contraddistingue Zola in tutta la sua produzione e lo scandaglio impietoso con cui Balzac ci presenta le relazioni umane tra i suoi personaggi, come in “Papà Goriot”. Ma questo romanzo va oltre tali similitudini, questo romanzo ci parla della vita tralasciata (la stessa cui si accennava più sopra).

Tony Pagoda, l’irriverente protagonista, è sempre prodigo di massime sentenziose, guarda la realtà con occhio convinto: sa dove sta il giusto, dove l’errato. È un affermato cantate melodico, è uno che la sa lunga, è ricco, ha una bella macchina, non ha padroni, è rispettato dai suoi musicisti, insomma un piccolo Caronte che si traghetta su e giù per l’Acheronte della quotidianità, la migliore voce da ascoltare per rispondere alla domanda iniziale.

La risposta, però, non ci arriva. O meglio non ci può arrivare, perché Tony è un personaggio vero, autentico. Non si può ottenere una morale od una gnome da una situazione reale. Così in un ambiente perennemente incerto, a tratti surreale (se surreale si può definire anche ciò che appare troppo reale), scomposto e mai scontato si trova l’universo di Tony: una disomogenea miscellanea di droghe, “scopate”, sbronze, pestaggi, situazioni comiche (perché possibili) ed accurate introspezioni filosofiche.

Discreto Lettore, trattieni la fantasia e modera le conclusioni. “Hanno tutti ragione” è un libro profondo e non storcere il naso a questa mia considerazione, proprio qui si trova ciò che non ti aspetti. L’uomo dalle convinzioni marmoree si scopre inconcludente. Ammira la sua dolorosa agnizione: egli vede la diffusa inanità delle proprie convinzioni, Tony Pagoda si scopre debole. Ma non è la dolente vista di un attimo, la sofferenza di un frangente decisivo a volgerlo verso il cambiamento drastico. Apprende la sua esistenza priva di autenticità nel tempo, immerso nella continuità del tempo. Senza illuminazioni (altro francese) od altri colpi di pistola (dovevo pur citare un tedesco, non trovi).

Ed ecco che la decisione di cambiare vita viene da sé. Ecco all’orizzonte l’eremo: luogo nel quale riflettere, nel quale invecchiare. Ecco la carioca Manaus (esattamente la stessa di “Guglielmo il dentone”, ma questo importa poco).

Adesso potresti credere che lo sregolato Pagoda abbia trovato pace, requie e riparo nella città amazzonica, sebbene persino lì non gli siano mancate avventure (di ogni tipo) ed amicizie molto singolari. Ebbene Discreto Lettore, cadresti in fallo, finiresti per ridurre tutto a categoria! Fidati non sto recensendo la confessione di un malandrino (mi perdoni signor Branduardi). Ho tra le mani una preziosa e divertente analisi dei costumi e dei sentimenti umani in senso lato.

Pensa, mio caro, potrei persino dirti come va a finire questa storia. Potrei, ma non voglio. Non sarebbe corretto, finirei per non farti incuriosire, ucciderei i colpi di scena, smorzerei la suspense, declamerei la spannung, ti rovinerei il libro. Ti basti ciò, io qui mi fermo.

Od almeno vorrei, perché è davvero scortese scrivere così tanto e non dare nemmeno un parere sulla questione che ho sollevato all’inizio, per la quale ho scomodato troppa gente importante (incluso il buon Sorrentino). Quindi da Tony Pagoda, specie dopo il suo ritorno da Manaus (ops…), apprendo (da lettore, s’intende) quanto ogni cosa sia fatua e vuota. Persino l’amore, comprese le lettere e le amicizie. Si dà significato e valore alle cose della vita vivendo assieme ad esse con autenticità. Autenticità…

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